D) il dibattito sulla validità della comunicazione facilitata

Cominciamo questa sezione con uno studio aggiornato, e arricchito dalla bibliografia di riferimento, di Giulia Pavon, che offre una panoramica completa delle posizioni contrap-poste tra studi sperimentali e osservazioni in cotesti “naturali” circa la paternità dei messaggi scritti dalle persone che comunicano mediante CFA. A questo facciamo seguire una breve rassegna con note riassuntive di alcune ricerche e di testimonianze scolastiche sulla CFA.

Articoli da Superando.it

 2. Superando.it del 10122014

Superando del 3.02.2015

                 La Comunicazione Facilitata Alfabetica: lo stato dell’arte

di Giulia Pavon

  La Comunicazione Facilitata Alfabetica[1] (CFA) è una delle tecniche di Comunicazione Aumentativa Alternativa che viene utilizzata da persone con disabilità, quando la loro produzione verbale orale sia assente o limitata e non abbiano la possibilità di effettuare scelte o esprimere opinioni attraverso l’indicazione autonoma di oggetti, figure, parole. Grazie a questa tecnica la persona è in grado di comunicare attraverso le scelte multiple e specialmente la scrittura al computer.

        continua: StatoDell’ArteCFperSITO 9.5

aggiornamento: Stato dell’Arte – Aggiornamento


[1] In questo contributo chiameremo CFA quella che comunemente viene definita solo come CF, per rimarcare il tratto distintivo (la scrittura alfabetica, appunto) che la differenzia da altre forme di CAA, di carattere prevalentemente iconico.

Rassegna di studi e ricerche

SHEEHAN, C. & MATUOZZI, R. (1996), Pubblicato su Mental Retardation 34(2), 94 – 107

Nel corso di 720 interazioni comunicative, in 14 sessioni, i partecipanti 77 volte hanno comunicato informazioni sconosciute al facilitatore e tutte erano informazioni specifiche.

BUNDSCHUH, K. % BASLER-EGGEN, A. (2000) – MONACO, MINISTERO PER IL LAVORO E GLI AFFARI SOCIALI

Individualmente 6 studenti (su un numero totale di 7) hanno dato inequivocabilmente prova di capacità cognitive riuscendo a risolvere test a scelta multipla di matematica, inglese, tedesco, biologia, MENTRE IL LORO FACILITATORE NON POTEVA VEDERE LE DOMANDE E LE RISPOSTE DEL TEST SULLO SCHERMO DEL COMPUTER

BARA, B.G., BUCCIARELLI, M. & COLLE, L. (2001) – ABILITA’ COMUNICATIVE NELL’AUTISMO: BRAIN AND LANGUAGE, 77, 216-240

…riteniamo quindi che la CF consenta agli autistici di superare il deficit attentivo che altrimenti impedirebbe l’esecuzione dei compiti di pragmatica e di Teoria della Mente. Non c’è dubbio che il ruolo del facilitatore nel processo di CF, è quello di mantenere costante l’attenzione del bambino sul compito assegnato.

L’esito della nostra ricerca ha dimostrato che la competenza comunicativa nei bambini con autismo è intatta.

LA COMUNICAZIONE FACILITATA IN UN BAMBINO AUTISTICO

–  Mirella Zanobini (Università di Genova)

– Alda Scopesi (Università di Genova)

Psicologia Clinica dello Sviluppo a. V. n. 3, dicembre 2001

……ci sembra di poter sostenere che la CF del bambino, pur interdipendente rispetto alle sollecitazioni adulte, è ampiamente autonoma dall’influenza diretta del facilitatore.

Bernardi, L. Il delta ei significati – Uno studio interdisciplinare sull’esoressione autistica, Roma 2008 Carocci editore                                      Lo studio di cui il libro espone i risultati è stato condotto da linguisti ed esperti di statistica ed è stato rivolto a gruppi di persone facilitate di varie età, le quali avevano rapporti con più di un facilitatore e la cui facilitazione era già al livello della spalla con semplice tocco oppure addirittura senza tocco. Le produzioni dei gruppi delle persone facilitate disabili sono state confrontate anche con quelle di un gruppo di controllo di persone “normali”.

Il risultato dello studio è che l’idioletto delle persone facilitate era il loro, ben distinto da quello dei facilitatori, e assai lontano da quello del gruppo di controllo con cui peraltro non avevano alcun rapporto.

“La sistematicità e la regolarità dei dati presentati, che risultano altamente significative perché basate su un corpus molto ampio e ascrivibile a una pluralità di autori permettono di proporre due considerazioni conclusive che contrastano con opinioni spesso presenti nella letteratura scientifica relativa all’espressione autistica. La prima riguarda il preteso carattere idiosincratico delle scelte linguistiche degli scriventi autistici; in realtà, gli scarti rispetto all’uso comune (…) rispondono a ben definite linee di tendenza condivise dall’intero campione investigato. La seconda si riferisce all’attribuibilità dei testi agli scriventi di fronte al sospetto che l’azione dei facilitatori possa condizionare, se non addirittura suggerire, temi e forme delle scritture degli autistici. Anche a questo proposito, la sistematicità, la coerenza e la tipicità delle configurazioni del lessico degli autori autistici, in rapporto alle configurazioni del lessico sia dei facilitatori sia dei controlli, tolgono plausibilità   a ogni riserva circa l’effettiva ascrivibilità agli scriventi autistici dei testi da loro prodotti” (Il delta p. 79. Le sottolineature sono nostre. Da notare che qui si parla di “espressione autistica” perché questa era la sindrome dei soggetti facilitati su cui è stata condotta l’indagine. L’autore del capitolo da cui è presa la citazione, Michele A. Cortelazzo, è ordinario di Linguistica italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova).

Rinviando a una lettura completa dello studio, facciamo presente en passant, pur senza aver ancora condotto una ricerca sistematica in tal senso, che le caratteristiche  “qualitative” della lingua dei soggetti autistici ivi esaminati sono molto vicine a quelle della lingua prodotta dalle persone che praticano la CFA nel nostro centro.

In aggiunta segnaliamo che due ragazzi con diagnosi di Autismo, hanno passato brillantemente l’esame di maturità, uno con una votazione finale di 89/100, l’altro con una votazione di 95/100. Entrambe i ragazzi hanno inoltre superato il test ministeriale per l’accesso ad una facoltà universitaria, l’uno classificandosi 96° su 1850 studenti, l’altro classificandosi 6° su 600 studenti. I due ragazzi hanno raggiunto un alto livello di autonomia nell’uso della CF, ma sicuramente hanno raggiunto un alto livello di adeguatezza nel comportamento e spinta motivazionale.

Di uno dei due casi si è occupata la stampa nazionale nel 2010. Lo studente Matteo Racciatti di Roma ha superato brillantemente l’esame di stato presso il Liceo di Scienze Sociali «Giosuè Carducci» con il punteggio di 89/100, dopo un percorso quinquennale supportato da un facilitatore, la psicologa Antonella Loriga. Riportiamo l’articolo apparso su Il Messaggero.it

Testimonianze dalla scuola

Matteo, il down più bravo che c’è:
primo della sua classe alla maturità

Diploma con 89/100: «Farò il biologo per aiutare quelli come me». La preside del Carducci: meritava un voto più alto

di Nino Cirillo

«Noi giovani restiamo giovani per un periodo ingiustificatamente lungo senza ben sapere come uscire dalla giovinezza costretti a vivere la nostra giovinezza senza passato e senza futuro fermi all’età dove tutto è possibile ma nulla è ancora avvenuto…». (da un tema di Matteo Racciatti, Quinta A del Liceo di Scienze Sociali «Giosuè Carducci» di Roma)

ROMA (21 luglio) – Sono pensieri affilati i suoi, traiettorie mai banali, che vanno dritte all’anima e raccontano un mondo di confine dove non siamo mai stati, dove non ci siamo mai avventurati. Sforna cristalli di intelligenza pura, Matteo, forse anche per il gusto di rovesciare il tavolo e un tabù, per gridare al mondo dalla tastiera del suo computer – perché Matteo non parla, e se parla pronuncia una parola al massimo – che un ragazzo down, e anche con problemi di autismo, sta per andare all’Università.

E come ci sta andando. Con una maturità strepitosa: 89 centesimi il risultato finale, lui e Karima – che sarà bella ma down non è – loro due, i più bravi della classe V A del Liceo “Carducci” appunto, in via Asmara 28, Quartiere Africano, Roma. Vuole fare Biologia, Matteo, vuole iscriversi a Roma 3, gli piacerebbe, per l’esattezza, diventare «ricercatore scientifico perché mi sento di poter aiutare gli altri bambini che anno gli stessi miei problemi». Sì, scriveva proprio così in un tema di seconda media, senza l’acca e con le due parole attaccate, ma con le idee già ben chiare.
Siamo qui, ora, a interrogarci come può essere accaduto, se può accadere ad altri, se è un solo miracolo oppure una strada nuova da percorrere, la strada di Matteo. Perché il suo non è un exploit dell’ultima ora: a parte il tormentato periodo delle elementari – anni di scarabocchi e poco più – è stato sempre un alunno di grande profitto. Concluse le medie con un bel Buono – era già riuscito a dare una definizione plausibile di «cronologicamente» e «geograficamente»! – al Liceo ha iniziato una specie di percorso trionfale. Anno dopo anno, sempre più bravo e sempre più sicuro, anche quando, in terza, decise di parlare di sé: «Sono descritto come disabile o handicappato o diversamente abile; sono colpito dalle diverse definizioni che mi danno…».

Dietro questa storia ci sono almeno quattro donne, le donne di Matteo. C’è la mamma, Christine, che proprio in quanto mamma, e inglese per giunta, pensa concretamente al suo futuro: «Io ho sempre detto a Matteo che faremo il possibile, che l’impossibile non possiamo fare. Ci siamo informati e Roma3 offre molti servizi per studenti con disabilità, ma a questo punto ci chiediamo se con i tagli che ci sono stati e che ci saranno sarà possibile…».

Subito dopo Christine, ma in qualche momento della sua vita perfino davanti a lei, c’è Antonella Loriga, la giovane psicologa che lo ha seguito passo passo in questi anni, grazie anche ai contributi della Provincia di Roma. Poi c’è la preside del “Carducci”, Emilia Oppido, una che sta lì da otto anni, che bada al destino di 1.200 allievi, ma che quando le parli di Matteo allarga sconsolata le braccia: «Lo conosco bene, gli avevamo dato tutti i crediti. Pensavo che prendesse un voto più alto…». E poi c’è Ilaria, la compagna di classe a cui Matteo si è più affezionato, anche se tutti gli vogliono bene, anzi vanno pazzi per lui.

Ma non ci sono solo queste quattro donne, dietro la storia di Matteo, c’è anche un metodo di apprendimento in un certo senso rivoluzionario, conosciuto come «comunicazione facilitata». Un metodo che la psicologa Antonella ha prima consigliato alla famiglia e poi alla scuola. E la scuola – non solo la famiglia – ha entusiasticamente accettato. Per Matteo sono state preparate prove differenziate, si è fatto ricorso a tabelle speciali davanti alle quali lui rispondesse sì o no e comunque, nel corso dei suoi lavori, si è fatto ricorso al “Facilitatore”, una presenza che lo aiuti, ad esempio, «con il sostegno della spalla (facendo una leggera ma decisa pressione nella direzione contraria alla tastiera o tabella» – come scrive in una relazione la psicologa – «per farlo orientare meglio nello spazio».

E’ un metodo che viene dal mondo anglosassone e che si va facendo sempre più strada in Italia. Ma i risultati, ovviamente, non sono sempre come quelli di Matteo. Anzi, finora nessuno è arrivato ai suoi livelli. E se qualcuno arriccia il naso, ci pensa la preside a zittirlo: «Perché avere dei dubbi? Io dico solo che Matteo è riuscito non solo a fare i temi che ha fatto – e fin qui il facilitatore potrebbe aver influito – ma anche a risolvere dei problemi di matematica che la persona accanto a lui non era assolutamente in grado di risolvere. Come si spiega tutto questo?».

Eh già, perché Matteo, al di la dei pensieri rarefatti che esprime, viene riconosciuto come un piccolo genio della Matematica, dalla sua insegnante, la professoressa Francesca Schiappa e dai suoi compagni, tutti indistintamente. E poi non crediate che siano tutte rose e fiori. Matteo, ad esempio, scrive tutto in maiuscolo e in stampatello, e non c’è traccia di punteggiatura, come ben sin nota nel brano scelto all’inizio. Ha imparato ad usare il compasso, certo, ma fa ancora «movimenti ripetitivi e stereotipati come il far dondolare da una parte all’altra una sciarpa», lo riferisce la psicologa Loriga. E «ha avuto spesso dei blocchi in cui non si muoveva soprattutto all’entrata e all’uscita della scuola…». Un mondo complicato insomma, il meraviglioso mondo di Matteo.

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